Articolo di Francesco Albanesi

Quando tutti si accorsero del calciatore di colore

Il 12 marzo 1881 fu la data in cui tutti si accorsero di un calciatore di colore giocare a calcio. Quasi diecimila tifosi inglesi avevano raggiunto quel giorno l’Oval di Londra per assistere all’annuale sfida tra Inghilterra e Scozia. Gli scozzesi si imposero con un sonoro 6-1 ma le persone restarono senza parole quando videro Andrew Watson giocare.

Da cori, canti e solito tifo bollente, si arrivò a stare per alcuni secondi in silenzio. Quasi come se fosse un evento vedere un nero correre dietro a un pallone. Destino vuole che quel giorno Watson risultasse il migliore in campo, perlopiù con la fascia da capitano al braccio.

Fece una partita sontuosa non lasciando neanche un centimetro agli attaccanti avversari. Era elegante, pulito negli interventi e talmente fisico che anche nei duelli aerei dominava. Giocatorone, diremmo noi calciofili.

Un anno più tardi lasciò la Scozia per trasferirsi a Londra in modo tale da gestire la catena di magazzini all’ingrosso che aveva aperto con la cospicua eredità lasciata dal padre (35mila dollari) e su cui aveva investito. Oltre alla sua attività, giocò per gli Swifts di Charles Bambridge, l’unico calciatore che l’anno precedente era riuscito a superarlo all’Oval segnando il gol della bandiera inglese.

Successivamente Watson vestì la maglia del Corinthian, club di gentlemen giramondo di cui fu una delle principali attrazioni. In seguito alla morte di sua moglie (Jessie Armour), Andrew si trasferì a Liverpool entrando nel mondo del commercio marittimo per via della sua compagna, figlia di un rinomato armatore che comprese subito che si sarebbe potuto fidare di quel calciatore di colore.

Lì gioco per i Bootle, una delle migliori squadre di Liverpool che però non gli portò troppa fortuna per via di un infortunio al ginocchio che lo costrinse ad appendere gli scarpini al chiodo.