Articolo di Simone Galleotti

Una bellissima favola

Se non fosse per il braccio di mare del Moray Firth che s’infila perentorio nel velato, verde, tormentato ed aspro entroterra delle Highlands la distanza fra Dingwall e Inverness in linea d’aria sarebbe di circa 15 miglia.

Ora, nei resoconti di viaggio potreste trovare altre diciture incantevoli su questo breve tratto, per lo più costiero, appuntato da un paio di spille colorate sulla cartina nord orientale del paese: brughiere tinte dal rosso dell’erica, oppure cielo pernicioso su nebbie silenti a oscurare le cime dei monti, o la solita immancabile, persino stucchevole, tiritera sulla pioggia che scende mentre il mare ingrugnito sbatte su scogli e cateratte.

Tutto molto oleografico e olistico, da turista per caso, inconsapevole dei quotidiani problemi di chi ci abita tutto l’anno e che magari, nella notte di Capodanno, canta “Auld Lang Syne” con la giusta mestizia da valzer delle candele ma nel frattempo sogna i Caraibi, spiagge di sabbia bianca, qualche apprezzabile topless, oltre un sole vero a cui mostrare il corpaccione latteo tatuato nel fatiscente negozio all’angolo della strada, gestito dal cinquantenne calvo di turno, ossessionato dal ricordo di quando quel pazzo di Mo Johnston firmò per i Rangers, assistito da un barbuto indiano sikh con tanto di turbante che non ti raccapezzi per quale assurdo motivo se ne stia lì finanche felice.

Il derby di Coppa fra Ross County e Inverness Caledonian Thistle, va detto rappresenta una fascia di Scozia piuttosto complessa al di là dei diverbi sul pallone.

Le Highlands hanno una storia che a parte il paesaggio ha ben poco di gaudente, diciamo è possibile parlarne addirittura in termini anteriori e posteriori implicando lo spartiacque nella battaglia di Culloden, combattuta il 16 aprile del 1746, presso Inverness, ossia, a polveri ferme, il definitivo tramonto delle aspirazioni giacobite di affrancarsi dalla corona inglese.

La rivolta fu portata avanti da un principe nato a Roma, Carlo Edoardo Stuart, chiamato affettuosamente “Bonnie” per l’aggraziato aspetto.

Fine prima parte