Articolo di Simone Galeotti

Seconda Parte

A Glenfinnan numerosi clan (non tutti…) gli giurarono fedeltà stringendosi a lui sia negli iniziali successi sia nel tragico epilogo. La vittoria inglese operò una repressione efferata, lasciando una scia sfregiante: estirpare la cultura locale sovvertendo la struttura stessa dei clan fondata su legami familiari e secolari relazioni di mutuo soccorso.

Tutti furono costretti a consegnare le armi, a non indossare il tartan, rendendo illegale sia il suono delle cornamuse sia l’uso del gaelico, l’antica lingua di origine celtica.

La cosiddetta “Highland Clearances” significò liquidare ogni spazio demaniale, utilizzato dai contadini, assegnandolo ai nobili e ai grandi proprietari terrieri del sud della Scozia (sempre molto fedeli a Londra…), che li capitalizzarono, trasformando i poderi in pascoli di ovini, e la popolazione si vide costretta in maniera coercitiva ad allontanarsi verso luoghi brulli, in genere sulle coste, dove molti ex agricoltori furono obbligati necessariamente a inventarsi pescatori.

Ci sarebbe da chiedersi, quindi, se fra Dingwall e Inverness esista un legame empatico di comunione affettiva in seguito a questi trascorsi.

La risposta è no. Intendiamoci poi sui numeri: Dingwall è un villaggio di 6500 abitanti, Inverness è una cittadina 10 volte più grande e di fatto avvertita come il centro gravitazionale delle Highlands.

Eppure non scorre buon sangue, gli scozzesi non riescono mai ad amarsi molto fra vicini nonostante un fiume di melassa venuta al parossismo con il film di Mel Gibson.

La capitolazione infausta del paese, di fatto un semi protettorato britannico, lo si deve proprio a questa latente invidia fra clan che molto spesso hanno preferito un Re straniero rispetto a un loro conterraneo con un quadretto diverso nel gonnellino.

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