Articolo di Simone Galeotti

La malinconica avventura scozzese ai mondiali del 1978

Terza parte

Ma il Perù non era quella banda di sprovveduti che molti credevano; A centrocampo il già citato Teofilo Cubillas, uno dei reduci di Mexico 1970, ma tutt’altro che un talento in pensione con i suoi soli 29 anni, iniziò a dettare legge, mentre sulle fasce Kennedy e Buchan arrancavano maledettamente dietro i tacchetti di Oblitas e Munante, due ali piccole e leggere tutte dribbling e scatti velenosi. Prima dell’intervallo Cueto aveva pareggiato la rete di Jordan, ma ciò che preoccupava era l’incapacità scozzese di prendere le misure agli scatenati peruviani. Una matassa che MacLeod non aveva la minima idea di come sbrogliare, e infatti, una volta rientrato negli spogliatoi le uniche parole che disse ai suoi esterrefatti giocatori fu di “calciare la palla più lontano e più forte possibile”. Una sorta di palla lunga e pedalare, alla “viva il reverendo”. E comunque al rientro in campo le maglie con il leone rampante sul cuore, tentarono, con una reazione d’orgoglio, di invertire l’inerzia della partita, ma quel giorno la dea bendata aveva deciso di non accettare la corte degli uomini di MacLeod, per cui il colpo di testa di Jordan finì sul palo, e Masson si vide respingere un calcio di rigore da “El Loco” Quiroga. Poi iniziò il Cubillas show e per gli scozzesi fu notte fonda; doppietta del mago peruviano per il 3-1 finale e giocatori in maglia blu fuori dal campo a testa bassa, morale sotto i tacchi e il ricordo dei festeggiamenti dell’Hampden Park evaporato come se fosse lontano intere decadi piuttosto che poche settimane.

In ogni caso qualche simpatia da parte del pubblico gli scozzesi l’avevano ancora, vuoi perché il tifoso in tartan è un po’ come certi personaggi dell’ opera, che felicissimo o tristissimo, baciato dalla fortuna o trafitto dalle avversità, invece di ridere o piangere, invece di esaltarsi o accasciarsi, canta. E poi -“oh, come canta bene il tifoso scozzese”-, e anche canzoni molto belle, di solito assai dolci, con un ideale sottofondo di prati, boschi, al massimo valli risalite da nebbie perenni. Ma bastò una comunicazione ufficiale della Fifa al medico della squadra, John Fitzsimons, per cancellare la Scozia dal cuore degli argentini. La comunicazione parlava di doping, di sostanze “stimolanti” ingerite da Willie Johnston, ala sinistra del West Bromwlch, prima della partita col Perù. Ore di tensione, di voci contrastanti, poi il giocatore ammise il suo peccato, rifiutò un secondo controllo e così venne immediatamente punito dalla Federazione che lo bandiva per sempre dall’indossare la maglia della nazionale. A questo punto la preoccupazione per la Scozia sarebbe stata solo quella di provare la propria estraneità alla vicenda. La tensione si alzò notevolmente dopo il magro pareggio con la cenerentola Iran. Il giorno seguente alla conferenza stampa l’atmosfera era plumbea, anche se Mcleod tentò di rasserenarla avvicinandosi a un cane e cominciando ad accarezzarlo: “Almeno è rimasto questo cane a volermi bene”, disse. La bestia si girò di scatto e gli morse il dito. Ora, in patria, i sociologi scozzesi lanciarono grida di allarme e parlarono di lacerazioni, di immagini da ricostruire, mentre a Mendoza, davanti all’Olanda, la Scozia si preparava a giocare una partita impossibile. Che a posteriori risultò inutile e triste, una partita che sui giornali valse soltanto qualche titolo sottotono.