Articolo di Simone Galeotti

La malinconica avventura scozzese dei Mondiali 1978

Seconda parte

Il segretario della Federazione, un certo Ernie Walker, aveva portato anche gli auguri della regina (non a tutti ovviamente graditi.. ma questo è un altro discorso) e il presidente Willie Harkness aveva letto commosso il telegramma del primo ministro Jim Callaghan, mentre i giocatori, sulla scaletta dell’aereo promettevano massimo impegno, grinta, e determinazione. Ally MacLeod, spaccone e sanguigno, aveva guardato fisso Danny McGrain, del Celtic, e gli aveva detto senza incertezze: “Sarai il primo a bere nella coppa”. Ora, si capisce benissimo che Ally non aveva mai visto quella coppa dorata, altrimenti si sarebbe reso subito conto che non si trattava di un modello da poter riempire con dello champagne. Ma al di là di questo particolare evidentemente riteneva che le partite del torneo mondiale fossero una semplice formalità da espletare contro avversari alla loro portata. L’arrivo in Argentina era stato trionfale. Canti, applausi, allegria. Ally McLeod aveva ripetuto le sue fedi, meglio le sue certezze, e i critici sudamericani stupiti da tanta sicurezza avevano scritto sui loro giornali cose magnifiche sulla Scozia favorita. Non era estranea alla presa di posizione dell’opinione pubblica argentina una specie di sotterranea simpatia dovuta, in parte, al rumoroso carattere estroverso degli scozzesi, in parte alla volontà di accentuare fra le righe lo spirito nazionalistico degli atleti di MacLeod. L’obiettivo primo, e polemico, di questa simpatia un po’ forzata era che la nazionale inglese non era riuscita a qualificarsi per la fase finale, eppure così fortemente presente sul lato della critica alla giunta militare di Buenos Aires. Dimostrando amicizia e comprensione verso gli scozzesi, pensarono gli argentini, -“possiamo ribadire, senza dirlo apertamente, la nostra avversione al governo di Sua Maestà”-, che quattro anni dopo sfocerà apertamente con la guerra per il possesso delle isole Falkland o Malvinas per dirlo in lingua locale.

Turbolenti e insofferenti delle norme, istintivi, poco disposti al sacrificio del silenzio, gli scozzesi di McLeod trasformarono il ritiro in una specie di perenne grande festa a base di battute e birra. Già alla cerimonia di accreditamento divertirono i presenti per la loro “indomita” resistenza all’alcool, ma fu il campo, nei giorni seguenti nel match contro il Perù, a distruggere chimere di qualificazione e grandezza. Presi in giro crudelmente dall’esperto Teofilo Cublllas, e dominati in fantasia dalla nazionale peruviana, gli scozzesi videro poco a poco crollare il loro castello. Davanti a 37792 spettatori, la Scozia dovette rinunciare a buona parte della difesa titolare, con i due terzini Willie Donachie e Danny McGrain più il centrale Gordon McQueen fuori causa per un infortunio. La scelta di MacLeod per sostituirli cadde rispettivamente su Stuart Kennedy, Martin Buchan e Kenny Burns, con i primi due sistemati in un ruolo di fascia che non era il loro. In più lasciò in panchina il talento di Graeme Souness a favore dei polmoni dell’ormai stagionato Don Masson, l’eroe di Liverpool nella partita decisiva per la qualificazione contro il Galles, escludendo anche il bomber dei Rangers Derek Johnstone, che aveva appena chiuso la stagione con un ottimo bottino di 41 reti, per lasciar posto a Joe Jordan. Una mossa, quest’ultima, che lasciò perplessi in molti ma che, almeno inizialmente, diede i suoi frutti quando al minuto quattordici “lo Squalo” raccolse una respinta difettosa del portiere peruviano Ramon Quiroga su tiro di Bruce Rioch e portò in vantaggio la Tartan Army.