Articolo di Simone Galeotti

Una delle più grosse delusioni della nazionale scozzese al Mondiale Italia ’90

Fu una delusione, una delle più cocenti delusioni sportive della mia vita. Succede che a 18 anni ti passa di fronte un Mondiale in Italia e una delle nazionali a cui hai sempre maggiormente tenuto gioca ad appena 300 km da casa tua. Bisognava andare e andai. Genova 11 giugno 1990: Scozia- Costarica. Viaggio in treno con in cuffia la voce divina di Paul Buchanan dei Blue Nile sul lato A del nastro della musicassetta e nell’altro i Big Country di Stuart Adamson, tutte… sonorità made in Scotland che si sposavano perfettamente con il post punk. Una bevuta in Piazza Rossetti, e poi su verso Marassi, stipato (nemmeno più di tanto) in gradinata dentro un delirio di tartan e pennoncelli giallorossi con il leone di Robert the Bruce. Inno con eco perentorio nella bonaccia levantina (a proposito di inni, il Flower non era ancora sbocciato e dal 1980 vivacchiava il Brave) maglia scozzese bruttina, anzi no, decisamente orrenda, un pigiama strisciato, in cui la garanzia del marchio andò a farsi benedire. Ancora peggio la partita, dove il portiere costaricense Luis Canejo, tipo serioso e baffuto, perfetto per un episodio di Narcos, tirò fuori dalla porta un paio di colpi a botta sicura di Mo Johnston mentre Richard Gough e Roy Aitken sterzarono troppo le conclusioni oltre il montante, e così i “ticos” allenati dall’insondabile slavo errante Bora Milutinovic, uomo sotto ogni cielo, si imposero 1-0 con un golletto di Juan Cayasso abile a beffare il sogghigno di un legnoso Jim Leighton. Oddio, pare che quel match fosse iniziato male già negli spogliatoi. McCoist abituato a sentirsi chiamarsi “Ally” dal manager Andy Roxburgh si infilò la maglia pronto a scendere in campo omettendo, o non capendo, che in quel frangente “Ally” non stava per lui ma per una delle “legends of the jungle” ossia il lungagnone McInally, e il centravanti dei Rangers non la prese benissimo. Personalmente tornai scornato, ma nell’amarezza incominciai a intuire l’eterna ombra Macbethiana di Banco, indifferibile e inderogabile, che da sempre aleggia sulle valli del cardo, un rompicapo, degno del miglior Freud.